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9 – Condivisione

Probabilmente Ivan, poeta di strada, non conosce la realtà del Centro, eppure guardate come in queste sue parole, la ritrae nitida: «Diverso è solo un altro nome per dire noi». Noi siamo Centro soltanto nella misura in cui riusciamo a stare insieme, nonostante le differenze e, soprattutto, nonostante le divisioni. Come la parola “condivisione” è un ossimoro – come è possibile stare con, nonostante le divisioni? -, così condividere non è un’operazione matematica, ma piuttosto un processo di ricerca, nel quale dividere non comporta una sottrazione, ma una moltiplicazione (dei punti di vista, delle sensibilità, delle opportunità, dell’agire…).

Se il Centro non partisse dalle persone per arrivare alle persone sarebbe snaturato, privato della sua vera identità. Chi non s’accorge di ciò, fatica a leggere questa realtà. Il vero obiettivo non è omologare le persone, ma tenerle assieme, ognuna per quello che è, trovando un equilibrio che offra a ciascuna la possibilità di crescere, nel rispetto della sua personalità e della sua storia.

Anche in questo caso è meglio ricorrere alle parole della poetessa cilena Cecilia Casanova per ribadire il concetto: «Ci siamo resi conto che la nostra amicizia era piena di curve, raddrizzarla sarebbe stato un sacrilegio».

Questo modo di pensare non è poi così campato in aria se alcune di queste visioni le troviamo anche in un interessante volume del rabbino filosofo inglese Jonathan Sacks intitolato “Moralità”. L’autore menziona, fornendo dati a sostegno delle sue argomentazioni, la grave perdita del “noi”, frutto di un’esasperata esaltazione dell’io, con i danni sociali che sono sotto gli occhi di tutti e con il paradossale aumento della sofferenza dell’individuo.

Non stupisce, a questo proposito, l’istituzione avvenuta in Inghilterra nel 2018 del Ministero della Solitudine. Secondo Sacks, il ritorno al “noi” si impone non tanto per ragioni religiose, morali, o per spirito di carità, ma per mancanza di alternative. Coltivare la cultura del “noi” fa semplicemente star meglio tutti; viceversa rinchiudersi nel fortino del proprio io ha come esito finale l’aumento del disagio, dell’insicurezza e della paura.

Un gesuita a me molto caro, Filippo Clerici, riportò una volta un proverbio africano: Chi va da solo, va in fretta, chi va con gli altri, va lontano. È questo un bel progetto politico, il pane da spezzare, la pista da seguire, la responsabilità da vivere con fantasia. Ancora abbiamo tanta strada da fare. Per fortuna o per grazia… insieme.

di Giuliano Valagussa

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