13 – Casa

Di notte o di mattina, se hai percorso a piedi via Pisani dalla stazione Centrale a piazza della Repubblica a Milano li avrai senz’altro notati : i “senza tetto” (o “clochard” o “barboni” a seconda della sensibilità). Stesi a terra, nascosti da cartoni o da luride coperte o in malconci sacchi a pelo. In centro e in periferia queste persone, in inverno, muoiono per il freddo. Otto nel 2026, recita un lancio Ansa del 14 febbraio. Già, il problema è a Milano, verrebbe da dire. Ricordi, quando una decina di anni fa, a Lecco, la presenza di profughi e di senza fissa dimora che dormivano fuori dal tribunale e in piazza Affari aveva creato questioni di carattere pubblico, igienico e di “decoro”? Vero. Tuttavia la domanda più sincera sarebbe stata: «Come è possibile accettare che la strada sia la migliore possibilità che questa società, cioè noi, siamo in grado di offrire a queste persone? ». E a Valmadrera? Negare l’esistenza di questo fenomeno sarebbe la risposta più istintiva. Eppure al Centro si registra una realtà diversa, più complessa, ma ugualmente drammatica. È capitato mesi fa, di trovare a dormire nella sede di via Roma, in un cassone, coperto da cartoni, un giovane. I volontari gli hanno dato la possibilità di lavarsi, di usufruire dei servizi e offerto un caffè e poi se n’è andato. Oppure, di quell’uomo che di notte camminava senza sosta, nei dintorni di Valmadrera, per poi riposare di giorno nella hall dell’ospedale di Lecco. Ancora c’è chi dorme in macchina, ma a seguito di una segnalazione, gli viene sequestrata l’auto, come prevede la legge, perché priva di assicurazione, e si ritrova in strada. Ma c’è chi una casa ce l’ha, in affitto e ha paura di perderla per mancanza di soldi o chi una casa la cerca, e potrebbe economicamente permettersela, ma non trova chi voglia concedergliene una. A questa emergenza il Centro ha risposto mettendo a disposizione 7 appartamenti (4 in comodato d’uso) per altrettante famiglie, paga altri 6 affitti e si fa garante per altre 3 famiglie. Eppure i “no” ad altre richieste sono sempre tanti e dolorosi. Ce la potremmo cavare con il solito appello alle istituzioni che dovrebbero eleggere tra le priorità questo tema.

Chi scrive non si può permettere il lusso di scagliare la prima pietra né di proporre facili soluzioni. Mi limito a suggerire un primo piccolo passo alla portata di tutti che è quello di provare fastidio, un fastidio che ci lasci inquieti e che ci spinga a spostare il confine del «cosa posso fare» un po’ più in là.

di Giuliano Valagussa

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