Dio: due vocali e una consonante. Poca roba, il minimo. Poco più di un respiro, poco meno di un colpo di tosse. Eppure, questo spazio lessicale esiguo contiene tutta la vita degli uomini e la loro storia, il pensiero, le idee, i sogni, le speranze, i costumi, il meglio e il peggio (come poter accettare le violenze commesse in nome di Dio?) dell’umanità.
Anche chi lo nega, anche chi assume una posizione neutra o guardinga nei riguardi della sua presunta esistenza non può sottrarsi a un’indagine.
Qui, in Occidente, da più di un secolo hanno annunciato la morte di Dio e, anche se oggi la sua agonia sembra in stato avanzato, non si riesce a decretarne la scomparsa definitiva.
Anche gente venuta da fuori Europa ci ricorda ogni giorno che Dio non può essere sostituito dal benessere, che tutto il progresso e la tecnologia non ne annullano il significato e il valore, che Dio non può essere scambiato o pareggiato da nulla. Certo, credere oggi in Dio da noi richiede una ricerca più meditata e approfondita, un coinvolgimento più personale e vissuto, inedite esplorazioni delle vie della fede e confronti serrati con altre realtà.
L’ alternativa consiste in una rassegnata ammissione della mancanza di senso della vita umana, ridotta a un più o meno lungo e a un più o meno piacevole giro di giostra. Dove si possono ancora trovare tracce del divino? Ovviamente imprescindibili sono i testi sacri di tradizioni millenarie, l’osservazione dell’universo al quale apparteniamo, il proprio habitat familiare, educativo, culturale e non di minor importanza il mondo delle relazioni umane.
È questo il sentiero, tra gli altri, che mi sembra si percorra al Centro. Una torre di Babele al contrario: dove persone appartenenti a varie fedi o a nessun credo religioso, condividono la loro vita a prescindere dalle differenze, alla ricerca di un’unità e di verità che non è offuscata o impedita da una diversa visione esistenziale o spirituale.
Non tutti i conti tornano, non tutte le storie hanno un lieto fine, non sempre i dialoghi sono proficui, ma qui si percepisce il desiderio di costruire una convivenza possibile e desiderabile praticando il linguaggio umano e religioso più efficace: quello dell’attenzione all’altro e del reciproco aiuto.
C’è chi al Centro ci va perché risponde a una precisa scelta di fede, chi vivendola in questo ambito la sente crescere e realizzarsi, chi semplicemente si interroga o non lo fa, ma ugualmente ne trae beneficio. Qui si trovano tracce di Dio.
di Giuliano Valagussa
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